Visualizzazione post con etichetta libro cuore senza cuore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libro cuore senza cuore. Mostra tutti i post

mercoledì 14 dicembre 2011

libro cuore senza cuore - Vol. 3

-Capitolo 3-

LE MEDIE - presentazione

E alla fine arrivarono le medie.
Diciamocelo chiaramente, il periodo delle scuole medie è sempre abbastanza penoso; siamo tutti, e dico tutti, al massimo della stupidità e della bruttezza; colpa degli ormoni in subbuglio, colpa di non si sa cosa, ma sta di fatto che alle medie di solito si fa schifo, in tutti i sensi.

E così, proprio nel momento più sbagliato, ti vedi costretto, ancora una volta, a convivere con una ventina di tuoi coetanei, e, per forza di cose, per non affogare nel mare di incertezze che in quel periodo cominciano a presentartisi in fila per tre col resto di due, cerchi di aggrapparti a schemi ben consolidati, di uniformarti al modello di persona che gli altri si aspettano da te, fino a diventare il personaggio di una sit-com americana.

Per questi motivi, generalizzando si può dire con tranquillità che la mia classe delle medie era composta da vari livelli di:
  • Mark Lenders de noantri, che sarebbe quello aggressivo a prescindere, che pensa di essere sempre il migliore, che si vede bellissimo, anche se, se vai a guardare, sei alto come me e ti metti delle "scarpe" che ti fanno essere abbastanza ridicolo ai miei occhi;
  • Megan Fox dei poveri che, di solito, era accoppiata al Mark Lenders di turno ed era tanto più bella quanto più riusciva a fartelo credere, che poi quello è un periodo in cui basta veramente respirare per far pensare agli altri di essere belli belli in modo assurdo;
  • Marika Fruscio timida, che in pratica sarebbe quella con le tette, che poi sarebbero il motivo che la faceva essere la ragazza di facili costumi, costumi talmente facili che con te proprio niente, manco morta;
  • Steve Urkel sbianchettato, e questo era un po' il mio ruolo, quello dello sfigato che andava bene a scuola, abbastanza simpatico, ma di certo non trombabile*;
  • aspirante Daria, di certo non bella, ma forse una delle persona più interessanti del circondario, certo, non c'era ancora tutta questa sostanza, ma almeno portava un po' di originalità.

A questo punto mi rendo conto che non posso fermarmi qui e, contro la mia volontà, vi presento anche la parte più rappresentativa del corpo docente:
  • quella di musica era una donna della serie "ma quanto mi credo bella anche se sono veramente un cesso?", sposata con un tizio che lavorava in tv (anche se non si sa bene dove e con quali ruoli), sedicente parente di una rossa e riccia giornalista televisiva, residente in viale Parioli e, a quanto dicono, donna di abbastanza facili costumi... ah, ovviamente di musica non ne sapeva un cacchio, e questa è stata la fortuna di vicini e famigliari, perché per imparare a suonare quel cacchio di flauto decentemente avrei potuto rompere i timpani (e non solo) a molte persone;
  • quella d'inglese era di origini campane, era alta all'incirca due mele o poco più ed era tanto competente quanto folle, tanto per farvi un esempio vi dico che quando cadeva una matita a qualcuno lei fermava la lezione, gliela faceva raccogliere per poi buttargliela ancora a terra per poi fargliela raccogliere nuovamente, tutto questo per almeno una decina di volte. Un'altra interessante peculiarità di questa donna era la capacità di urlare a squarciagola contro il malcapitato di turno e, al contempo, quella di assumere un colorito simil violaceo in volto, per poi tornare normale nel giro di pochi secondi... paura, pura paura.

E siamo quindi giunti alla fine di questo interessantissimo** capitolo della mia vita scolastica. Ora conoscete i protagonisti, successivamente (forse) vi presenterò anche alcuni fatti decisamente poco interessanti per la stragrande maggioranza del mondo, ma che di certo saranno sempre meglio di una puntata di Kalispèra!, quindi stay tuned**.

*nel senso che in quel periodo se ne parla tanto, ma i fatti stanno a zero.
**ma anche no.

venerdì 29 aprile 2011

libro cuore senza cuore - Vol. 2

-Capitolo 2-

LE ELEMENTARI

Era un giorno come tanti altri e quel giorno* mio padre mi svegliò più presto del solito: era il mio primo giorno in una nuova scuola, una scuola in cui avrei imparato qualcosa, non sapevo bene cosa, ma ero curioso di scoprirlo; adesso per esempio so con certezza che non ho imparato a usare la punteggiatura, tanto per dirne una.
Arrivai in quell'edificio per me nuovo e venni portato insieme a non ricordo quanti miei coetanei, tutte facce conosciute per fortuna, in una stanza: eravamo ordinati come un gregge di pecore impazzite, per facilitare il compito non banale dell'assegnazione dei posti, io e due miei compagni di classe venimmo temporaneamente incastrati trai due braccioli della mitica sedia della maestra, della serie "levatevi per un po' dalle palle", ma meno volgare.

Con il passare dei giorni la faccenda si faceva seria: dovevo copiare degli strani simboli dalla lavagna e imparare il nome di ognuno di loro, anzi, in realtà dovevo imparare quello che io credevo essere il nome, mentre imparavo il suono che corrispondeva a quello strano simbolo; piano piano scoprii che c'erano addirittura due modi diversi per graficizzare lo stesso suono e che erano previste anche delle lettere chiamate minuscole, praticamente un inferno di simboli più o meno simili. Ovviamente imparai a scrivere a modo mio, alcuni oggi mi dicono che scrivo "al contrario", io ancora non capisco cosa intendano, ma di solito si rendono conto di questo quando mi vedono tracciare una O (in stampatello, corsivo o aramaico è sempre uguale, appena faccio una O mi dicono che scrivo al contrario), forse non gli va bene il senso orario o il punto di partenza che scelgo... non lo so, ma spesso non gli va bene neanche la A in corsivo minuscolo, e quella la faccio in senso antiorario.
Passava il tempo e ogni nuova scoperta era fonte di enorme stupore e confusione, per esempio quando venni a sapere dell'esistenza dell'accoppiata gl la parola "italiano" si trasformò immediatamente in "itagliano", dopotutto se quelle due lettere ce le avevano spiegate insieme andavano usate così, no?

Contemporaneamente alle lettere mi venne presentata la mamma più svampita di tutte: quella che compra 6 uova e ne rompe puntualmente 4. Perché non ne comprava mai più di 6? Sapevamo tutti che le avrebbe rotte e che sarebbe dovuta riuscire per comprarne delle altre. Una donna un perché. In ogni caso, anche grazie all'aiuto di questa rompitrice di uova e dei mitici regoli, comparvero nella mia vita i primi calcoli (fortunatamente non renali). Mi si apriva un nuovo mondo, un mondo fatto di numeri e di problemi da risolvere; lo trovavo affascinante, tanto che in quel periodo volevo diventare un maestro di matematica, e sottolineo maestro, anche perché non ero a conoscenza dell'esistenza dei professori, e poi non facevano lo stesso lavoro della mia maestra?

Insomma ero entrato in contatto con la nostra lingua, con la matematica, la storia, le scienze, l'inglese e un sacco di altre cose che non avrei mai immaginato esistessero, ma più di ogni altra cosa ero entrato in contato con delle maestre. In quel tempo* il maestro unico era solo un lontano ricordo ed io mi trovavo di fronte a queste tre maestre più una (quella di religione), le mie erano tutte donne e nella mia scuola esisteva solo un maestro, un esemplare più unico che raro, sufficiente però a farmi capire che i maestri esistevano, erano protetti dal WWF e organizzavano mega recite a cui dovevano partecipare tutti i loro alunni; per fortuna le mie trepiùuna, saggiamente, mi risparmiavano il supplizio di dover comparire su un palco.

E in un attimo passarono cinque anni, e mi ritrovai a dover affrontare l'ormai dimenticato esame di quinta (ma quanto sono vecchio?). Già all'epoca non mi piaceva fare gli esami, quindi optai per ricopiare di sana pianta la tesina della sorella di un mio amico, fu così che dovetti studiare la Francia. Sapevo praticamente tutto, addirittura quali, in quale numero e dove venivano assemblati gli aerei da guerra prodotti in Francia, anche per questo rimasi impietrito quando, assistendo all'orale di una mia compagna di classe, capii che il mio sforzo era stato inutile: lei non sapeva quale fosse la capitale della Francia, e allora io per quale motivo ho imparato i nomi di tutte le catene montuose, tutti i fiumi e anche quelli di tutti i parigini? Rimase un mistero, ma ormai quelle cose le sapevo (come sapevo che il nome della prima moglie di Napoleone: Maria Giuseppina Rosa de Tascher de la Pagerie, ancora lo ricordo, non riesco a cancellarla dalla mia memoria) ed era troppo tardi per dimenticarle.

Mi rendo conto solo ora che forse è colpa degli esami di quinta e di quella mia compagana di classe se ho progressivamente smesso di impegnare energie nello studio.

*citazione degna di una cintura nera di kate-kismo.

sabato 18 dicembre 2010

libro cuore senza cuore - Vol. I*

NOTE SULL'AUTORE

Bert nasce sotto il segno del toro e del bue, insomma nasce bicornuto, alla tenera età di tre anni viene iscritto all'asilo (o scuola materna, o fate voi) comunale, a quel tempo gestito dalle suore; contrariamente alle numerose leggende metropolitane che circolano per il mondo, Bert ricorda con piacere quelle donne senza età (ho sempre avuto problemi nel dare l'età a qualcuno, ma con le suore secondo me è quasi impossibile riuscirci) vestite di nero. Poiché i suoi ricordi di quel periodo sono molto vaghi, tratteremo i tre anni di asilo attraverso i pochi aneddoti non dimenticati.

-Capitolo 1-

L'ASILO

Raccontano che fossi impaziente di iniziare l'asilo, dicono che mi aspettavo un posto pieno di bambini con cui giocare, ma dicono anche che la realtà non fosse proprio quella che speravo, infatti, era pieno di bambini, ma piangevano tutti, ed io mi ritrovavo ad essere uno dei pochi che voleva giocare. Secondo alcune leggende il pianto diffuso non era riuscito ad abbattermi, lo dimostrerebbe il fatto che dopo un solo giorno di asilo avevo già imparato qualcosa da un mio coetaneo: tornato a casa salutai tutti facendo le corna (l'inizio innocente di una lunga carriera di studi in insultologia).

Narrano che resistetti al pianto molto a lungo, ma non ricordo quei giorni, ricordo invece chiaramente la prima volta che piansi anche io, ovviamente intendo la prima volta che piansi all'asilo. Solitamente era mio padre a portarmi a scuola, mi accompagnava fino al portone di ingresso e lì ci salutavamo; quel giorno, invece, siccome mia madre non era andata a lavorare, venne lei. Diversamente da come ero abituato con mio padre, mi accompagnò fino alla porta della mia classe, entrai, vidi tutti i miei compagni che piangevano, guardai verso la porta... ci pensai un attimo... mi guardai nuovamente intorno... iniziai a piangere anche io. La mia speranza era che mi portasse via da quella valle di lacrime, anche perché mi ero stancato di dover convincere gli altri a non piangere prima di giocare, ma non ottenni niente.
Fu la prima e ultima volta che piansi per essere portato via da scuola.

Il mio ricordo successivo è quello di un amico, un bambino biondo di origini polacche (o almeno questa è l'idea che mi ero fatto io); il suo nome era Ignacy, o qualcosa di simile, l'unica cosa che ricordo con certezza è che eravamo amici e che abbiamo partecipato alla stessa recita di fine anno.
In quell'occasione era previsto il rifacimento di una parte di Biancaneve e i sette nani, ricordo che il mio amico (presunto polacco) aveva ottenuto la parte di Cucciolo, mentre io dovevo interpretare Dotto (physique du rôle rules), siccome mi sembra che il principe non ci fosse, in quanto capo dei nani, ero praticamente il protagonista maschile. L'unica cosa che ricordo della recita è la barba finta fatta in casa: era un enorme batuffolo di ovatta tenuto in forma da litri e litri di lacca, ovviamente la mia barba posticcia ha contribuito notevolmente ad allargare il buco dell'ozono, oltre ad avermi esposto al rischio di diventare una torcia umana.

L'ultimo ricordo che ho dell'asilo vede come protagonisti un'altalena, una presa poco sicura e me che sbatto la testa a terra; questo ricordo è anche il ricordo della mia prima cicatrice.
Di lato potete ammirare una ricostruzione splatter-naïf dell'evento.

L'ultimo ricordo potrebbe spingere i meno fantasiosi a pronunciare la fatidica frase:
"Lo dicevo io che eri caduto da piccolo!"
Nella speranza che i miei lettori siano più fantasiosi di quanto non lo sia io ultimamente, termino qui il Volume I.

*L'autore non ha mai letto Cuore, ma lo cita tanto per citare qualcosa. Il fatto che ci sia scritto Vol. I non significa che dovranno necessariamente esistere uno o più volumi successivi.